Questa sconvolgente tragedia dello scontro fra treni tra Corato e Andria
mi fa sentire male, oltre che per le vite spezzate e per quelle rovinate,
perché mi mette di fronte ai miei limiti, a ciò che non ho ancora fatto e che ho sempre voluto fare, a ciò che devo fare, a ciò che è lì e che guardo ogni giorno e che non ho il coraggio di affrontare.
Mi fa sbattere la faccia contro ciò che di me non mi piace e che devo cambiare.
Questo perché so che son io stessa artefice di tante piccole tragedie quotidiane, lo so.
Cambio.
Art. 3 Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
Visualizzazione post con etichetta storie. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta storie. Mostra tutti i post
mercoledì 13 luglio 2016
sabato 23 aprile 2016
Guido io!
Figlia e madre sospese nei loro pensieri
sul domani, sull’oggi, sullo ieri
svolgono assieme quel breve tratto
che le costringe entrambe in un’unica auto.
Un braccio è penzoloni dal finestrino passeggero
punito dal vento silenzioso e austero.
L’auto svolta a destra a quell’incrocio di strada
Non traffico avanti ma sul marciapiede c’è vita.
Un adulto trasporta la sua busta della spesa
un’anziana signora sfoggia un sorriso a sorpresa
I capelli d’una ragazza salutano chi passa
sui movimenti imprevedibili di quell’aria pazza
in cui galleggia il profumo dell’inclemenza
di questo tempo che fugge senza incontrare resistenza.
Nubi grigie coprono il fu momento d’apatia
Rimane il gusto amaro della malinconia.
venerdì 28 dicembre 2012
urla disperate
Erano le 01 e 16 minuti, era notte fonda, tre ragazzi
camminavano per strada, amici di una vita o amici da pochi minuti, neanche loro
sapevano più distinguerlo. Erano leggermente su di giri, ma ciò non lo si
evinceva da nulla, erano semplicemente un po’ più “sollevati” del solito da
qualsiasi problema ed anche un po’ più disinibiti. Camminavano per strada soli,
una strada che pur se statale risultava semi-deserta e semi-buia. Questi tre
ragazzi passeggiavano, camminavano, nel frattempo pensavano. Non sappiamo bene
a cosa pensassero, sappiamo soltanto che pensavano, e su questo non c’era
dubbio. Probabilmente chi al futuro prossimo, chi al futuro remoto, chi ai suoi
problemi, anzi un po’ tutti. Niente di irrisolvibile, solo ordinaria
amministrazione del tipo: che mi succederà? tra qualche anno come starò messo?
Ad un tratto passeggiando si trovarono a costeggiare un
immenso parco sul quale la strada si affacciava, e vi era un accesso principale
un po’ più avanti, costituito da qualche gradino (una ventina) per goderne
appieno della superficie. Per il resto si poteva ammirare bene dall’alto della
strada, ma mai quanto dall’alto dei balconi dei sesti e settimi piani dei
palazzi circostanti. Soltanto che la gente del posto, un po’ per inerzia nel
vederlo sempre, oramai abituata, non ci faceva più manco caso, non aveva più
quasi senso. Era una delle tante cose della vita alla quale ti assuefai e non
alla fine non la noti neanche più.
Questi ragazzi, nella loro reciproca solitaria compagnia (l’ossimoro
si sposa perfettamente con la situazione interiore che pur tre giovani ragazzi
assieme possono avere) anche se tra una battuta e l’altra, non poterono
oltrepassare questo parco senza lasciarsi andare ad un’idea malsana che sarebbe
stata fonte di disprezzo nei loro confronti da parte dei sonnolenti e oramai
dormienti abitanti degli immobili nei paraggi. D’improvviso i tre ragazzi
presero a gridare, uno dopo l’altro, la sola vocale che evidentemente
conoscevano: “oooooooooooooooH” – “ooooooooh” “oooooooooooooooooooooh”.
Per gli auditori potea sembrare un gioco fine a se stesso,
vuoto, dispersivo, idiota, fastidioso, ma per gli urlatori era un potente
sfogo, uno schiaffo al futuro ed un fanculo al passato. Era un urlare: “io sono
qui, adesso, è questo ciò che conta!” – “io sto vivendo, fanculo mondo!” – “ditemi quello che volete, venitemi pure
contro, io sono qui e non me ne importa niente” – “scusatemi se sono nato, ma
dovrete sorbirmi così come sono”. Erano sfoghi apparentemente limpidi, chiari,
facili, senza un’ombra di temute ripercussioni, men che meno di ripensamenti o
pentimenti, di riflessioni, lo sfondo era però triste, o più che triste,
malinconico, alquanto romantico. Si celava dentro di loro null’altro che una
voglia intimamente insensata di attirare l’attenzione delle altre anime vaganti,
dei perché della gente, perché la risposta ai perché di tutti fosse una e una
soltanto. La solitudine doveva scomparire. Insieme si lotta meglio. Pareva essere
il pianto di un cane randagio solitario o d’un piccolo branco. Dal parco si
levava la eco di queste urla forse d’aiuto. Alle prime impressioni scettiche e
malpensanti dei borghesi erano proprio urla di rompicoglioni che rompevano il
silenzio soave e delizioso della notte per inneggiare i loro slogan e imporre
le loro fastidiose quante arroganti presenze. Erano invece grida disperate d’aiuto
da parte di tre povere anime perdute in un mondo che tutt’oggi non riesce a
consacrare il senso della vita. Ma già lo conosce. È la compagnia, lo stare
assieme, l’amarsi.
Iscriviti a:
Post (Atom)