Considerazione esistenzialista
Sono le ore 18.00 di un giorno di fine febbraio dell'anno 2014.
C'è ancora un filo di giorno nel cielo.
E' prestino per dire che le giornate si stanno allungando..ma sì: si stanno allungando.
E mi dico...:
E' ancora giorno. Per quanto ancora avrò voglia di ricominciare?
Per quanto avrò la forza e soprattutto la voglia di rinascere nelle belle stagioni, nelle fresche giornate primaverivili e nelle lunghe e calde giornate estive?
E' vero che chi se ne va, DEVE andarsene d'inverno!
Il mio inverno quando giugnerà?
Per ora...mi resta troppa voglia di ricominciare. Ma non posso fare a meno di domandarmelo.
"Cerco le notti ed il fiasco
se muoio rinasco
finché non finirà"
Art. 3 Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
giovedì 27 febbraio 2014
venerdì 31 gennaio 2014
Domande sullo stare insieme
Fino a che punto siamo esseri egoisti?
Quale limite marca la differenza tra il diritto di vivere la propria vita, di essere felici e la cattiveria, lo scarso altruismo e la scarsa generosità?
Allora cosa rende l'essere umano un essere capace di vivere bene in comunità?
Il proprio egocentrismo? O anzi l'empatia e la bontà verso il prossimo? O semplicemente la bontà verso se stesso?
Cosa e/o chi decide se una azione od operazione è opera di bene o opera di male? In base a che cosa?
Non è giusto che chiunque persegua la propria felicità, o perlomeno quella che crede essere tale?
Domande sullo stare insieme.
venerdì 22 febbraio 2013
una domanda
ho voglia di fare a tutte le persone che conosco molte domande. credo che la più importante sia senza dubbio una sola:
che senso ha la tua vita, o la vita in generale, secondo te?
inteso: perchè nasciamo, cresciamo, soffriamo, piangiamo o siamo felici o moriamo? che senso può mai avere tutto questo?
so che nessuno saprà darmi la risposta, anzi, rischierei di provocare nel prossimo la stessa sensazione di sconforto che mi assale ogni qualvolta penso a questo dilemma.
metto in chiaro subito una cosa: io so per certo che vivere, e dare un senso al proprio vivere, significa prima di tutto essere felici, e so anche che per esserlo abbiamo la necessità di rendere felici gli altri, coloro che amiamo, chi ci sta intorno. come posso appurare personalmente, la risposta saprei anche darmela da sola...ma certo non mi basta.
forse perchè voglio semplicemente il parere degli altri. forse semplicemente perché vedo troppa sofferenza ed infinita solitudine in ogni singolo essere umano che incrocio quotidianamente. lo vedo troppo abituato a vivere a contatto con tante persone diverse, certo, ma senza mai il cenno d'un sorriso, uno vero, o d'un pianto, poiché troppo assuefatto al vivere "come si conviene" e ormai fornito di una forgiata corazza indistruttibile che tiene lontano tutto e tutti dal proprio animo, dai sentimenti, dal proprio intimo, ormai nascosto dietro una maschera perpetua.
come posso pensare ad un futuro per me e ad un senso per questa vita se vedo la gente soffrire? sempre e comunque. quando mi capita di vedere una persona incondizionatamente felice mi commuovo seriamente..e capita molto raramente, per mia fortuna forse. non lo capirò mai questo dono.
sabato 9 febbraio 2013
Non mi pento
Ma il bello delle elezioni è vedere persone, che so essere fasciste nell'anima, militare in partiti di sinistra.
Ciò significa che, come ho forse stupidamente fatto in passato, non mi affiderò più alle idee di cui si fan portatori i partiti o a quanto possa ispirarmi l'uno piuttosto che l'altro.
D'ora in poi cercherò di conoscere al meglio la gente che fa parte di questi partiti e che vi partecipa e che è a me vicino (in termini puramente fisici s'intende). Eppure ero assolutamente convinta di conoscerla già abbastanza questa gente. Sbagliando ho imparato. Ed ora mi affiderò solo a chi conosco veramente e che non mi ha mai deluso: no, non sono io, io mi son delusa troppe volte. Chi può essere questa gente che non mi ha mai deluso se non io, allora? Non lo so. Tutt'ora. Oltre ad alcuni miei parenti ai quali tengo molto. ...
So che da qualche parte nella mia città c'è qualcuno con delle idee giuste e giusti modi per metterle in pratica, lo sento, lo voglio sentire, perché sento che è mio dovere, in quanto essere umano, fidarmi di qualcuno. Non è sempre giusto ch'io deleghi, ma non sono una santa o un genio e non sento di avere le capacità e/o la voglia di fare strada in quel pozzo di melma che è la politica. Stavolta però sarò attenta a scegliere persone possibilmente prive della tipica violenza verbale e concettuale, o esibizionismi o vittimismi che son stati caratteristiche peculiari di coloro di cui mi ero fidata in precedenza, e che hanno saputo a fondo gettar fango sulla onestà di alcune semplici persone (non si trattava di non un branco di pecore, nè tantomeno un migliaio di teste bacate od una folla di gente riunita sotto uno stesso tetto di idee incapaci di guardare oltre, ma persone dalle idee diverse capaci di rispettarsi tra loro e di ascoltare) semplici e spesso ingenue, in fin dei conti persone semplici. Ma coloro di cui mi ero fidata non hanno esitato a compromettere l'immagine di queste persone, tanto erano più che certi di non poter mai subire ritorsioni. Non si trattava mica di mafia quella contro la quale combattevano, ma di gente tranquilla che ha sempre lottato contro le violenze quotidiane e mai aveva fatto del male a nessuno, mai era stata incoerente su alcuni princìpi, come hanno invece lasciato intendere più volte, tutto al solo scopo di meglio apparire, venire a galla, farsi strada, farsi notare. Ora questi fan tanto la gente onesta e impegnata. Ben venga!
Ho fatto un pessimo errore, ma è stato un errore umano di cui non mi pentirò mai. Non sono io a dovermi pentire.
Io ho solo scelto di fidarmi del mio prossimo, ho solo scelto di fidarmi dell'idea che i mezzi, quelli che permettono di compiere talune azioni, non debbano essere demonizzati, anzi. Questa idea fa ricadere la responsabilità esclusivamente su coloro che utilizzano i suddetti mezzi per raggiungere i propri sporchi obiettivi, che esibiscono come puri e limpidi agli occhi dei più.
Se dovessi tornare indietro però rifarei tutto, forse perché penso che non sia mai un errore fidarsi di qualcuno, a patto di conoscerlo da vicino ovviamente, come ho fatto.
Voglio che la politica sia fatta di questo, voglio che i miei amici votino i loro amici: e perché gli voglion bene, e perché credono nelle loro idee. Non importa se sbagliano, fidarsi è un dovere umano. "Stay Human" diceva qualcuno.
Ciò significa che, come ho forse stupidamente fatto in passato, non mi affiderò più alle idee di cui si fan portatori i partiti o a quanto possa ispirarmi l'uno piuttosto che l'altro.
D'ora in poi cercherò di conoscere al meglio la gente che fa parte di questi partiti e che vi partecipa e che è a me vicino (in termini puramente fisici s'intende). Eppure ero assolutamente convinta di conoscerla già abbastanza questa gente. Sbagliando ho imparato. Ed ora mi affiderò solo a chi conosco veramente e che non mi ha mai deluso: no, non sono io, io mi son delusa troppe volte. Chi può essere questa gente che non mi ha mai deluso se non io, allora? Non lo so. Tutt'ora. Oltre ad alcuni miei parenti ai quali tengo molto. ...
So che da qualche parte nella mia città c'è qualcuno con delle idee giuste e giusti modi per metterle in pratica, lo sento, lo voglio sentire, perché sento che è mio dovere, in quanto essere umano, fidarmi di qualcuno. Non è sempre giusto ch'io deleghi, ma non sono una santa o un genio e non sento di avere le capacità e/o la voglia di fare strada in quel pozzo di melma che è la politica. Stavolta però sarò attenta a scegliere persone possibilmente prive della tipica violenza verbale e concettuale, o esibizionismi o vittimismi che son stati caratteristiche peculiari di coloro di cui mi ero fidata in precedenza, e che hanno saputo a fondo gettar fango sulla onestà di alcune semplici persone (non si trattava di non un branco di pecore, nè tantomeno un migliaio di teste bacate od una folla di gente riunita sotto uno stesso tetto di idee incapaci di guardare oltre, ma persone dalle idee diverse capaci di rispettarsi tra loro e di ascoltare) semplici e spesso ingenue, in fin dei conti persone semplici. Ma coloro di cui mi ero fidata non hanno esitato a compromettere l'immagine di queste persone, tanto erano più che certi di non poter mai subire ritorsioni. Non si trattava mica di mafia quella contro la quale combattevano, ma di gente tranquilla che ha sempre lottato contro le violenze quotidiane e mai aveva fatto del male a nessuno, mai era stata incoerente su alcuni princìpi, come hanno invece lasciato intendere più volte, tutto al solo scopo di meglio apparire, venire a galla, farsi strada, farsi notare. Ora questi fan tanto la gente onesta e impegnata. Ben venga!
Ho fatto un pessimo errore, ma è stato un errore umano di cui non mi pentirò mai. Non sono io a dovermi pentire.
Io ho solo scelto di fidarmi del mio prossimo, ho solo scelto di fidarmi dell'idea che i mezzi, quelli che permettono di compiere talune azioni, non debbano essere demonizzati, anzi. Questa idea fa ricadere la responsabilità esclusivamente su coloro che utilizzano i suddetti mezzi per raggiungere i propri sporchi obiettivi, che esibiscono come puri e limpidi agli occhi dei più.
Se dovessi tornare indietro però rifarei tutto, forse perché penso che non sia mai un errore fidarsi di qualcuno, a patto di conoscerlo da vicino ovviamente, come ho fatto.
Voglio che la politica sia fatta di questo, voglio che i miei amici votino i loro amici: e perché gli voglion bene, e perché credono nelle loro idee. Non importa se sbagliano, fidarsi è un dovere umano. "Stay Human" diceva qualcuno.
venerdì 28 dicembre 2012
urla disperate
Erano le 01 e 16 minuti, era notte fonda, tre ragazzi
camminavano per strada, amici di una vita o amici da pochi minuti, neanche loro
sapevano più distinguerlo. Erano leggermente su di giri, ma ciò non lo si
evinceva da nulla, erano semplicemente un po’ più “sollevati” del solito da
qualsiasi problema ed anche un po’ più disinibiti. Camminavano per strada soli,
una strada che pur se statale risultava semi-deserta e semi-buia. Questi tre
ragazzi passeggiavano, camminavano, nel frattempo pensavano. Non sappiamo bene
a cosa pensassero, sappiamo soltanto che pensavano, e su questo non c’era
dubbio. Probabilmente chi al futuro prossimo, chi al futuro remoto, chi ai suoi
problemi, anzi un po’ tutti. Niente di irrisolvibile, solo ordinaria
amministrazione del tipo: che mi succederà? tra qualche anno come starò messo?
Ad un tratto passeggiando si trovarono a costeggiare un
immenso parco sul quale la strada si affacciava, e vi era un accesso principale
un po’ più avanti, costituito da qualche gradino (una ventina) per goderne
appieno della superficie. Per il resto si poteva ammirare bene dall’alto della
strada, ma mai quanto dall’alto dei balconi dei sesti e settimi piani dei
palazzi circostanti. Soltanto che la gente del posto, un po’ per inerzia nel
vederlo sempre, oramai abituata, non ci faceva più manco caso, non aveva più
quasi senso. Era una delle tante cose della vita alla quale ti assuefai e non
alla fine non la noti neanche più.
Questi ragazzi, nella loro reciproca solitaria compagnia (l’ossimoro
si sposa perfettamente con la situazione interiore che pur tre giovani ragazzi
assieme possono avere) anche se tra una battuta e l’altra, non poterono
oltrepassare questo parco senza lasciarsi andare ad un’idea malsana che sarebbe
stata fonte di disprezzo nei loro confronti da parte dei sonnolenti e oramai
dormienti abitanti degli immobili nei paraggi. D’improvviso i tre ragazzi
presero a gridare, uno dopo l’altro, la sola vocale che evidentemente
conoscevano: “oooooooooooooooH” – “ooooooooh” “oooooooooooooooooooooh”.
Per gli auditori potea sembrare un gioco fine a se stesso,
vuoto, dispersivo, idiota, fastidioso, ma per gli urlatori era un potente
sfogo, uno schiaffo al futuro ed un fanculo al passato. Era un urlare: “io sono
qui, adesso, è questo ciò che conta!” – “io sto vivendo, fanculo mondo!” – “ditemi quello che volete, venitemi pure
contro, io sono qui e non me ne importa niente” – “scusatemi se sono nato, ma
dovrete sorbirmi così come sono”. Erano sfoghi apparentemente limpidi, chiari,
facili, senza un’ombra di temute ripercussioni, men che meno di ripensamenti o
pentimenti, di riflessioni, lo sfondo era però triste, o più che triste,
malinconico, alquanto romantico. Si celava dentro di loro null’altro che una
voglia intimamente insensata di attirare l’attenzione delle altre anime vaganti,
dei perché della gente, perché la risposta ai perché di tutti fosse una e una
soltanto. La solitudine doveva scomparire. Insieme si lotta meglio. Pareva essere
il pianto di un cane randagio solitario o d’un piccolo branco. Dal parco si
levava la eco di queste urla forse d’aiuto. Alle prime impressioni scettiche e
malpensanti dei borghesi erano proprio urla di rompicoglioni che rompevano il
silenzio soave e delizioso della notte per inneggiare i loro slogan e imporre
le loro fastidiose quante arroganti presenze. Erano invece grida disperate d’aiuto
da parte di tre povere anime perdute in un mondo che tutt’oggi non riesce a
consacrare il senso della vita. Ma già lo conosce. È la compagnia, lo stare
assieme, l’amarsi.
martedì 25 dicembre 2012
è arrivato
Natale 2012 è arrivato.
Significa un altro anno dietro le mie spalle poiché è chiaro ed evidente l'approssimarsi del nuovo.
E' un altro anno che si deposita lieve come neve sulle mie spalle, sul mi corpo, sul mio viso e in primis sulla mia anima, un altro anno che mi cambia, punto. Nè in meglio nè in peggio. Mi cambia. E non so se spaventarmi di ciò.
Perché è quasi giunto capodanno 2013 ed in un batter d'occhio mi ritroverò a pensare all'anno appena passato, ai trascorsi, ai frangenti, ai nefasti episodi ed alle belle ma sporadiche esperienze.
E' così banale la nostra vita in questi momenti. Testate, post, sms, messaggi d'ogni genere, di gente d'ogni ordine e grado, tutti uguali, tutti scontati, tutti ricolmi di una inusitata retorica, adatta all'occasione, ma mai messa effettivamente in funzione, mai voluta e mai veduta realizzata.
Ma questi sono i momenti nei quali, forse, scorgiamo un barlume di speranza per l'avvenire, forse per l'anno venturo, sicuramente per un futuro ben lontano. L'utopia regna sovrana, ma l'importante, come sempre, è camminare.
Buon Natale.
domenica 27 maggio 2012
professionalità
Mi disturba il notare quanto chiunque si approcci come prima occasione in ambito lavorativo ad uno sconosciuto, voglia apparire innanzitutto "professionale":
1 Che riguarda la professione, spec. quella esercitata: esperienza p.; albo p.; serietà p.
Sì, questa parola null'altro indica che la "serietà", l'essere distaccati, freddi, almeno ciò a mio personale parere.
E' un vero e proprio epurante della virtù della sincerità, dell'essere veri, genuini, spontanei, caldi, autentici, onesti, limpidi, in poche parole SE STESSI.
Dunque questa professionalità, di cui molti si ricoprono sino al soffocamento, è agli antipodi delle due parole suddette.
Per molti miei coetanei, devo ammettere con un inusitato dispiacere, potrebbe essere uno dei migliori pregi per indicare una persona, meglio ancora se la propria persona.
Per qualunque adulto rinchiuso nel suo piccolo mondo, limitato e severo, fatto di grandezza, potere, gloria, è inoltre impossibile comprendere la mia visione di chiunque si fregi di questa bandiera, di questa parola, di questo modo di mostrarsi (ovvero di sembrare, di apparire).
Professionalità rievoca nella mia mente solo una scia infinita di pessimi esempi del mondo lavorativo (forse presi un po' dalla TV ma in gran parte dal mio vissuto). Ho come un'immagine che pare chiara ma assolutamente inesplicabile: è come un ricordo nitido ma che non riesco a trasmettere in alcun modo all'esterno. E' come un puzzle i cui pezzi sono tutti presenti, anche se in maniera disordinata, ma di cui ho colto comunque la figura, l'essenza.
E' la mia visione individuale, ma allo stesso tempo autentica, e' un uomo in giacca, camicia ovviamente, e cravatta che si gingilla e gongola nel suo status di persona qualitativamente eccellente soltanto perchè ricollocata su di un gradino sociale più elevato rispetto, per esempio, ad un semplice facchino, e soltanto per il motivo di risiedere evidentemente in qualche ufficio ben illuminato ed arredato con interni di marche, le più costose. E' questa l'immagine che ho della "professionalità".
Per me essere professionali è l'antitesi del porsi dinanzi agli altri esattamente così come si è. Significa indossare una maschera, e a volte si deve farlo per tenersi stretto il proprio posto, ma esserlo a tutti i costi è indistinguibile dal sentirsi grandi, superbi, idoli, è insomma il contrario della modestia, dell'umiltà.
Ora, per quanto questa mia concezione possa esser distante dalla realtà, io non sceglierei mai questa parola per descrivermi in ambiente lavorativo. Preferisco parole come "corretta" o "brava", "competente".
Io sogno di un mondo in cui, particolarmente in ambiente di lavoro, ogni essere umano sia libero di essere se stesso, di essere triste, di esser eccessivamente felice ecc... Sogno di avvicinarmi ad uno sportello di qualsiasi ufficio ed imbattermi con una persona, degna di tal nome, e non di incappare nell'ennesimo pezzo inanimato di un'immenso ingranaggio meccanico, che (e per fortuna IO ne sono al corrente) è solo la facciata costruita ed effimera di una società.
Io sogno di un mondo in cui, particolarmente in ambiente di lavoro, ogni essere umano sia libero di essere se stesso, di essere triste, di esser eccessivamente felice ecc... Sogno di avvicinarmi ad uno sportello di qualsiasi ufficio ed imbattermi con una persona, degna di tal nome, e non di incappare nell'ennesimo pezzo inanimato di un'immenso ingranaggio meccanico, che (e per fortuna IO ne sono al corrente) è solo la facciata costruita ed effimera di una società.
Chissà su questo tema cosa mi dirà più avanti la mia mente.
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